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Ansia: da dove arriva, perché e cosa fare?

Ansia
Cose Molto Umane di Giampiero Kesten

Ieri ascoltavo, da “Cose molto umane”, la puntata 965: “Cos’è l’ansia”. Trovo i podcast Giampiero Kesten perfettamente equilibrati tra semplicità comunicativa e qualità del contenuto informativo.

Chissà se Albert Einstein oggi avrebbe trovato realizzazione della sua nota citazione in questo podcast. Il sottoscritto, tra le diverse tematiche che amo condividere con i partecipanti durante le mie aule di formazione, desidera trattare il tema delle Neuroscenze con la massima attenzione alla Comunicazione Efficace.

Ho pertanto pensato di scrivere un articolo proprio su questo argomento (la cosa bella del viaggiare in treno è proprio trovare un po’ di tempo per lavorare con il computer).

“Everything should be made as simple as possible, but no simpler” – cit. Albert Einstein

A cosa serve?

L’ansia serve ad aumentare la nostra consapevolezza dei possibili rischi di una situazione, quando manca l’oggetto del rischio la nostra attenzione rimane bloccata sullo stato ansioso di per sé e quello che succede è che si ha paura della paura stessa.

L’ansia e la paura sono due emozioni molto simili, per questo sono codificate a livello cerebrale dalle stesse aree e le informazioni da esse derivanti sono trasmesse attraverso gli stessi fascicoli. Preciso che l’ ansia è una emozione soggettiva, che si manifesta quando si ha una percezione di pericolo rispetto a qualcosa che non è oggettivamente pericoloso. La paura invece è una emozione primaria verificatasi come reazione a una minaccia specifica o a un oggetto realmente pericoloso.

Da dove arriva l’ansia?

Un po’ di tempo fa, nell’articolo “Istinto e Automazione“, ho illustrato la teoria del “Triune Brain” o cervello tripartito di Paul MacLean. Come anticipato, l’area dell’encefalo coinvolta nelle “dinamiche emotive” è il cervello limbico (o mammifero).

L’amigdala gioca un ruolo importante nella formazione e nella memorizzazione dei ricordi associati a eventi emotivi, elabora le nostre emozioni e le reazioni istintuali di base. E’ nell’amigdala che si fissa il ricordo di eventi dolori, shoccanti o tramatici. Una delle sue funzioni principali è aiutarci a riconoscere le potenziali minacce alla nostra sopravvivenza. Quando intercetta uno stimolo o evento potenzialmente pericoloso per noi induce il nostro corpo ad attivare un meccanismo di difesa chiamato “attacco-fuga”. Ne consegue quindi una reazione fisiologica di allarme: aumento della frequenza cardiaca, del ritmo della respirazione e tutte le reazioni associare all’ansia ed agli attacchi di panico.

L’amigdala può creare un ricordo inconscio delle emozioni e dei sentimenti provati in una determinata situazione. Questi ricordi possono essere rievocati e rivissuti facendoci sperimentare nuovamente nel “qui ed ora” le stesse sensazioni a livello “fisico” dell’esperienza passata.

Qual è il ruolo dell’amigdala nei disturbi d’ansia e negli attacchi di panico?

L’ansia, gli attacchi di panico e le reazioni da sindrome da stress post traumatico si verificano quando l’amigdala interpreta come emotivamente stressanti e pericolosi alcuni specifici stimoli.

Innanzitutto va specifico che quando si soffre di ansia e di attacchi di panico non significa che vi sia un difetto nel funzionante dell’amigdala, o di altra zona cerebrale, ma che di fronte ad alcuni stimoli, verso i quali siamo diventati ipersensibili, si attiva una reazione di allarme esagerata.
Ansia e Attacchi Panico sono la conseguenza della seguente reazione a catena:

  1. Stimolo attivante: la reazione si scatena prima di tutto a fronte di uno stimolo che funge da innesco emotivo; può trattarsi di uno stimolo ambientale esterno, come un immagine, un odore, un rumore, un sapore oppure uno stimolo interno come un pensiero negativo o ossessivo. Non sempre chi soffre di un disturbo d’ansia e/o di panico sa esattamente cosa provochi un attacco. Spesso lo stimolo agisce a livello inconscio.
  2. Reazione: a questo punto l’amigdala reagisce allo stimolo attivante, o catalizzatore della reazione emotiva, preparando la persona ad una reazione di attacco o di fuga rispetto al percolo percepito. lo stimolo, detto anche trigger, è collegato a passate esperienze emotivamente negative. Il trigger quindi ha la facilità di attivare il ricordo emotivo immagazzinato nell’amigdala. Lo stimolo è tanto più attivante quando più rievoca emozioni forti associate ad un evento del passato della persona.
  3. Attivazione dei surreni: avviene il rilascio di epinefrina, più conosciuta come adrenalina, e di cortisolo ad opera della ghiandole surrenali. Queste due sostante in azione combinata accelerano tutti i processi corporei ed i sintomi di allarme. L’epinefrina rilasciata ha come effetto collaterale l’aumento dei livelli di zucchero nel sangue che quindi può essere convertito in energia rapida per i muscoli. I tremori incoraggiano il sangue a raggiungere le estremità del corpo anche grazie all’aumento della frequenza cardiaca. Il flusso di sangue in eccedenza non usato dai muscoli, pronti alla fuga via dal pericolo, traspare su viso, collo, braccia e petto sotto forma di rossore. Anche la frequenza respiratoria si fa più intensa e rapida affinché i polmoni possano garantire un più veloce ricircolo del sangue nel corpo e fornire più ossigeno. Il dolore al petto che si percepisce, erroneamente interpretato come attacco cardiaco imminente. E’ invece la conseguenza dello sforzo fatto dai polmoni e dal cuore che stanno lavorando più intensamente del normale.

Tutto ciò accade perché l’amigdala vuole garantirci l’incolumità fisica. Si tratta di processi neurologici, psicologici e fisiologici specificamente progettati per difenderci o tenerci lontano dai pericoli. Tuttavia quando si reagisce in modo esagerato e troppo di frequente possiamo parlare di meccanismo “mal tarato” che si configura come disturbo d’ansia.

Cosa fare?

Per gestire l’ansia, non commettete l’errore di provare a controllarla con razionalità. Consapevoli che è l’amigdala l’epicentro dello stato emotivo, non è possibile intervenire consapevolmente. Possiamo favorire il recupero dello stato reattivo con alcune semplici tecniche. E’ necessario riattivare la zona della neocorteccia impegnandola in altre e diverse attività. Pratichiamo una respirazione consapevole. Chiudete gli occhi, inspirate per 5 secondi, trattenete l’aria per 3 secondi ed espirate di nuovo per altri 5 secondi. Tutto questo, con la mano nel punto esatto in cui sentite quell’ansia, quella pressione interna, quella paura di perdere il controllo o che tutto vada in pezzi da un momento all’altro.

Impegniamo poi la nostra mente in processi non automatici dirottando l’attività cerebrale dall’area limbica a quella frontale.

Recuperato il controllo lavoriamo sulle componenti ansiogene. Creiamo un elenco di eventi che potrebbero accadere, diamogli un nome, una dimensione. Ragioniamo per assurdo. Elencate

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